L'OMBRELLO
di
Barbara Serdakowski
"Emma era sempre stata una ragazza piuttosto distratta, ma non avrebbe mai creduto di riuscire
a perdere l’amore della sua vita tre giorni dopo averlo trovato. Nemmeno con gli occhiali da sole
le andava così male: gli unici che funzionavano davvero bene erano i Persol, ma nonostante quello
sciagurato nome le duravano sempre almeno qualche mese."
Non era più estate. Il tempo era nuvoloso, e tutti avevano quell’aria insofferente.
Lo aveva visto tre volte. La prima mentre passava per strada, lo aveva ritrovato a prendere
il caffè e la terza volta mentre comprava un ombrello da un vucumprà senegalese che ballava
e cantava in inglese chiamando tutti “capo” e “sorella bianca”. Lei aveva sorriso
mentre lui deviava lo sguardo come quegli uomini troppo belli abituati a farsi ammirare dalle ragazze.
Emma ne fu particolarmente irritata. Aveva sorriso soltanto perché si erano chinati insieme a
prendere lo stesso ombrello. Alzò la testa storcendo la bocca con un’aria feroce e offesa, doveva
proprio essere buffa, perché lui le chiese, divertito:
- Posso offrirti un ombrello?
- Cinque euro spesi male, disse lei.
- Perché male?
- Perché sei uno che si monta la testa e io con questi non ci parlo.
- IO?
- Sì.
- Do quest’impressione? Quando è che hai deciso così? Davanti alla farmacia quando ci siamo
incrociati, mentre prendevo il caffè, o adesso? Ma mi stai pedinando?
- IO?
- Sì, mi sembri una così.
- Ma come ti permetti?
- Ma se sei tu che mi hai accusato di montarmi la testa, provo solo ad essere all’altezza
delle tue aspettative!
- Accetto l’ombrello.
- Troppo tardi, ormai ti tocca accettare l’aperitivo. Ma prima, dimmi, cosa ci fai con un paio
di Persol in un giorno così grigio? Hai forse un orzaiolo? O hai paura che qualcuno ti legga
nell’anima?
- No no, - rise Emma quasi convinta - è solo che se li appoggio da qualsiasi parte, anche
in borsa, immancabilmente li perdo. Non ho scelta, capirai.
- E se io volessi vederti gli occhi?
- Impossibile.
- Come mai?
- Non li faccio vedere a nessuno, meno che mai a quelli che provano a corrompermi con un ombrello.
Uscirono quella sera e poi si ritrovarono la mattina seguente per un caffè, mangiarono un’insalata
alla pausa pranzo e nuovamente un aperitivo alle nove.
- Perché chiedi un Campari, se è evidente che non ti piace?
- Evidente?
- Si, vedo che storci la bocca ad ogni sorso.
- È rosso.
- E…?
- Il mio colore preferito.
Al terzo giorno non si erano ancora baciati. Uno strano senso di pudore che li aveva entrambi
pervasi. Era come avvicinarsi ad un castello di sabbia, pensava lei, era come camminare sul ghiaccio
a primavera, pensava lui.
- Vieni con me all’aeroporto?
- Scusami?
- Devo sbrigare una cosa, mi accompagni? Se vuoi si mangia lì e possiamo vedere come decollano
gli aerei.
- Certo che, per sedurre una donna, l’aeroporto è proprio il posto giusto! Complimenti!
- Giuro che non ci ho portato nessuna prima di te. Sarai la prima.
- Devo portare la valigia?
- Mica partiamo.
- Che ne so io, forse ti piacciono le viaggiatrici, se vuoi mi metto un tailleur grigio,
camicetta fucsia, scarpe geox e un trolley leopardato.
- Non so che dire… solo a pensarci… mi agito.
Partirono alle nove. Lei indossava i suoi occhiali e un vestitino di cottone scollato, lui
la guardava mentre guidava.
L’aeroporto era immenso, lui le disse “aspettami qui”, ma lei incautamente si allontanò
per comprare delle mentine. Non seppe ritrovare il posto giusto. Tutto era uguale. Emma vuotò
il borsone alla ricerca del cellulare, che però non trovò. Oltre ad essere disordinata, era anche
tanto distratta e sicuramente lo aveva lasciato a casa. Girovagò come un’anima persa per più di
un’ora, provò a ritrovare la macchina di lui, si avvicinò ad un chiosco di informazioni per
chiedere se fosse possibile fare un annuncio in tutto l’aeroporto, ma la guardarono come se fosse
una terrorista.
“Eccoti qua” Emma pensò disperata. “Congratulazioni! Sei riuscita a perdere l’amore
della tua vita dopo soli tre giorni! Immagina se andate al mare, in un centro commerciale,
a Pechino…”