Concorso "Scommessa D'autore"
XI Edizione
Un messaggio di Carlo Grande

 

"Più vita", chiedono gli androidi di Blade Runner al loro creatore; più vita, più essenza, più divina energia chiediamo a una storia, quando ci accingiamo ad ascoltarla, a leggerla, a viverla in un film. Scoprire che il frammento di una romanzo scritto da noi diventa l’esca per accendere altre fantasie suscita soddisfazione e curiosità, la curiosità di vedere come verrà interpretata la nostra ispirazione dagli altri; e suscita il piacere di dialogare a distanza.
Ho letto tutti i racconti che avete scritto, voglio ringraziare chi ha organizzato questa sfida (segno che ha apprezzato "La via dei lupi") e tutti voi che, come me, amate il racconto e la scrittura.
Gli scritti sono tanti, provengono da molte parti d’Italia e rappresentano persone che hanno caratteri e sensibilità diverse. Questo è un bene.
Mi sono piaciuti in particolare i racconti che hanno fatto risuonare le emozioni, e che avevano una trama precisa, non troppo sfuggente.
Capisco che sintonizzarsi con un incipit del genere non era facile. La frase ha un tono vagamente lirico-poetico, e non tutti, di questi tempi – per carattere, letture, situazioni esistenziali – hanno gusti simili. Vorrei dire: non tutti amano concedersi questo lusso, che lusso non è. E non è facile intessere una buona trama, nel racconto breve, anche se a volte è la vita stessa che ci offre i "plot" più sorprendenti, anzi, credo che la vita sia più fantasiosa di molti scrittori.
Per questo credo che chi si è ispirato a se stesso, alle proprie esperienze, abbia avuto gioco più facile, e questo è un bel paradosso, visto che sono le situazioni più dolorose o problematiche a coinvolgere di più chi legge (le famiglie felici non interessano a nessuno...).
Ovviamente si possono scrivere anche cose allegre, fantasiose, surreali, sfacciate, paradossali, tutto dipende dal come, se si hanno cuore, intelligenza, sincerità.
Si sente che qualcuno ha letto il mio romanzo – e questo mi fa ovviamente piacere – ma non s ono sicuro che questo sia stato un bene, prima di scrivere il racconto. La frase era svincolata da ogni contesto, doveva di per sé accendere qualche fantasia, quindi conoscendo il romanzo si rischiava di restarne vincolati. Nulla vieta, però, di leggerlo dopo... ;-)
Alcuni (pochi) hanno semplicemente giustapposto la frase al loro racconto, andando avanti in modo indipendente. A volte ha funzionato, altre volte no. I più si sono sforzati di intrecciare una storia "conseguente", spesso virando sul "fantasy", il che lascia supporre una giovane età o l’interesse per un genere molto in voga, di questi tempi.
In particolare mi sono piaciuti i racconti di Federica Ramponi (ha atmosfera, incisività), di Barbara Bartolomei (sa usare in modo divertente e intelligente i paradossi ed è molto ironica), di Simone Mazza (pieno di misericordia, mette al centro un’arte meravigliosa, la pittura), di Francesca Amato (si avverte che ama la montagna e ha il senso del raccontare), di Ludovica Mazzuccato (un racconto tenero e pieno di candore, un inno ai libri), di Lucia de Filippo (ben ambientato, sobrio quanto basta), di Daniela Manzini (sa mettersi nei panni di un uomo, cosa non facile) e Maristella Galotti (ha saputo essere teneramente e realisticamente simbolica).
La mia frase era nata così: camminando in montagna, verso le quattro di mattina, salendo nel buio verso il Monviso, appena superato un valico che conduce, in basso, alla conca pietrosa che porta alla base del Re di Pietra, ho guardato giù e ho visto brillare alcune stelle nel nero della pietraia. Sorprendente. L’ho spiegato, un istante dopo, pensando che la cartina segnava un piccolo lago, quindi nel nero c’era dell’acqua, che rifletteva le stelle.
E’ stato uno dei momenti più belli della salita, che ho raccontato nel libro di racconti dedicato ai Padri. Per me il Monviso è un padre, una montagna-totem.
Ognuno ha i suoi simboli, le sue passioni. Molte di più, mi pare di capire, ne hanno – o le sanno esprimere le donne – che Dio le benedica – che frequentano di più libri e scrittura, come dimostrano i "nostri" racconti. Forse più di noi maschi, dobbiamo ammetterlo, sanno emozionarsi e scendere nelle profondità dell’animo umano.
"Only emotions endures", scriveva E. Pound, e anch’io credo che nella narrativa, come nella vita, sia necessario spendersi, essere sinceri, non usare tanti trucchi, come diceva Carver. Ma ripeto, grazie a chiunque si sia cimentato. E’ importante di per sé.
E’ importante intessere emozioni e intelligenza, comunicarlo, perché aiuta a restar vivi dentro.
Quanto alle storie, quello che conta è che siano anch’esse "vive".
Più vita, chiediamo loro, chiediamo che ci vengano raccontate prima del grande buio. In fondo siamo come i bambini, che prima di addormentarsi vogliono ascoltare ancora qualcosa di emozionante, per riempire l’ignoto che li aspetta.
Le parole, scrisse un poeta, sono solo vento, ma a volte, se sono quelle giuste, aiutano a spingere la barca della vita.
Ciao a tutti
 
Carlo Grande

Carlo Grande è nato a Torino, da padre valsusino e madre veronese. Vive l'età in cui - come diceva Picasso - "un uomo si sente finalmente giovane... ma è troppo tardi". Il suo temperamento "sabaudo" (bugianén, ma nel senso della cocciutaggine, del tenere la posizione, dell'apprezzare la dignità, non certo della pigrizia) è temperato dal carattere veneto. I veneti sono definiti "i terroni del nord". Insomma, è una bestia strana, fatta di penitenzia e gaudenzia.
Fa il giornalista a La Stampa, dove si occupa di ambiente e cultura, e collabora con "Diario". Adora la montagna: dategli un bosco, una mulattiera, un prato e lui parte, un piede dopo l'altro, nel suo elemento. I prati gli piacciono anche per giocare a pallone con gli amici scrittori dell'Osvaldo Soriano Football Club. Ha giocato nei ragazzini del Toro, è granata sfegatato. Ha scritto finora quattro libri di narrativa: il primo di racconti ecologici, intitolato "I cattivi elementi" (Fernandel, 2000), il secondo il romanzo "La via dei lupi" (Ponte alle Grazie, 2002, premio Grinzane Montagna e Premio San Vidal) che parla di una ribellione avvenuta nel Trecento a Bardonecchia e in valle Varaita, in Piemonte. La storia di un uomo libero, un Braveheart nostrano, vissuto nelle foreste per dieci anni. Nel 2004 è uscita "La cavalcata selvaggia", storia dei soldati italiani catturati dagli inglesi nella II guerra mondiale e portati in India, sotto l'Himalaya. Sempre per Ponte alle Grazie è uscita nel 2006 una raccolta di racconti che si intitola "Padri. Avventure di maschi perplessi", dedicata alla crisi dei maschi.